SIRIA ALEPPO. ALCOVA ARABESCATA DA LEGGENDE E VERITÀ.
Dai ritmi dinamici e virili, pur contenuta da una frontiera artifi ciale che le interrompe lo sbocco al mare di Antiochia
e di Alessandretta, le preclude i valichi verso l’Anatolia e il Mar Nero, le limita il cammino oltre l’Eufrate e il Tigri,
Aleppo riesce a gareggiare con Istanbul, Mosul ed Esfahan per l’intensa vitalità culturale, artistica e commerciale.
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Le vestigia degli Ittiti e degli Assiri
nel museo,
il ricordo di Sant’Elena e di Cosroe
nelle madrase,
la memoria di porte a bussola lungo
il circuito
smantellato delle
mura, lo sfarzo di fregi calligrafici
nel susseguirsi dei caravanserragli,
il contrasto
di pietre nere e bianche nella penombra
del bimaristan, il verde dell’alloro nel
sapone
all’olio d’oliva, il profumo intenso della drire
nel suq delle spezie:
ecco
alcuni aspetti di Aleppo.
da non perdere
Cercare i palazzi signorili del XVIII e XIX
secolo,
in un intricato serpeggiare
di vicoli
in pietra, qua e là
una bottega antiquaria.
Gli
alti muri spogli celano
il patio profumato
al gelsomino, lo zampillare della vasca che
precede l’iwan, la ricchezza
dei soffitti policromi
e il salone d’onore
sovrastato da una cupola.
Unirsi alla folla di beduine,
in abiti a foggia
di farfalle
luccicanti di lamè,
nei quindici
chilometri
di suq dove pendono gioielli,
corde, ricami, zanzariere,
tappeti... Dove
i mercanti
saltano i sacchi di mercanzia,
aggrappati a una corda
che pende dal soffitto,
per entrare e uscir
dalla bottega.
Rendere omaggio
a Dayfa Khatun, nipote
e nuora di Saladino,
reggente di Aleppo,
che volle fosse innalzato
nel XIII secolo il
sobrio
ed elegante complesso
al-Firdaws
comprendente
scuola, moschea e mausoleo.
Verificare una curiosità:
la madrasa
Othmaniyya,
ricoperta da decine
di cupolette
sovrastate
dal minareto più alto
della città, per
lascito
e volontà del fondatore
offre rifugio e
cibo
ai gatti randagi.
Gustare uno spuntino
popolare da Abu‘Abdu,
tra il quartiere armeno e il suq del
rame: fave calde
all’olio, immerse nello yogurt,
guarnite di ceci,
da avvolgere nel pane sagi,
ancor caldo,
usato come cucchiaio.
Pranzare in una trattoria
armena per
impiegati
pubblici, tra il museo
e l’albergo
Baron.
Innaffiati da ‘arak
di buona marca
risultano deliziosi
i kebab
tradizionali,
alle
melanzane o alle ciliege,
quando è stagione.
Spingersi sino a Ebla,
orgoglio dell’archeologia
italiana, dove la missione
del prof. Paolo
Matthiae
scava dagli anni sessanta.
A
pochi chilometri, nel museo
di Idlib, sono
conservate
le tavolette in lingua eblaita
a
caratteri cuneiformi,
ritrovate nell’archivio
reale,
che contribuiscono
alla riscrittura
della
nostra storia.